Diciamoci tutto

Il pianto di Bergamo è la speranza di un’intera Nazione

Quando tutto sarà finito, ricordiamoci dei nostri caduti in una guerra dal sapore antico e moderno al contempo, contro il nemico invisibile del morbo. Facciamo in modo che non siano scomparsi invano.

Il pianto di Bergamo è lo strazio di un’intera Nazione.

Ribattezzata la Città dei mille, un luogo a cui sono particolarmente legato per via di un Premio Speciale ricevuto nell’ambito del Concorso Letterario Europeo “Wilde” e Dreams Entertainment nel Dicembre del 2010, nelle ultime settimane è costretta a vivere una situazione lacerante che accenna solo impercettibilmente ad affievolirsi.

Nell’area bergamasca, infatti, la virulenza del Covid-19 (il cd. Nuovo Coronavirus) si è amplificata per una serie di concause presunte: l’esistenza di un focolaio non decriptato nella seconda metà di Febbraio (sebbene alcuni recenti studi sembrerebbero dimostrare la presenza del virus in Lombardia già a partire dal mese di Gennaio), le infezioni nosocomiali, gli assalti nei supermercati in loco, l’Ottavo di Finale di UEFA Champions League disputato allo Stadio Giuseppe Meazza/San Siro – con successive ripercussioni anche per Milano – che ha visto fronteggiarsi l’Atalanta e il Valencia con la presenza di oltre quarantamila spettatori e con il risultato d’aver concentrato circa 1/3 del totale degli abitanti di Bergamo nel medesimo luogo (alcuni tra questi inconsapevolmente infetti, generando così quel che gli esperti han definito una «bomba epidemiologica») nonché, per finire, l’ingente quantità di industrie e di realtà imprenditoriali presenti nell’intera Provincia che han continuato – a lunghi tratti persino ostinatamente – a voler produrre senza fermarsi.

I dati, le statistiche e le previsioni (fortemente al ribasso, ormai è pacifico) di cui ogni giorno veniamo a conoscenza nei bollettini non sono delle mere esercitazioni matematiche: dietro ogni arida cifra si nasconde un contagio, una vittoria e, purtroppo, anche una sconfitta. Dietro quei numeri asettici si celano delle persone (quasi sempre dai volti e dai nomi sconosciuti) con le loro vite e le loro storie, con i loro affetti e i loro legami. In una surreale sfilata della morte, ove i veicoli dell’Esercito lentamente attraversano le strade e le architetture di una città deserta, i cuori feriti – ma non per questo spauriti – dei cittadini continuano a lottare silenziosamente tra le proprie mura domestiche, con la speranza di non doversi dire «addio» dallo schermo di un freddo cellulare.

Papa Francesco (1936) ai piedi del trecentesco Crocifisso “miracoloso” di San Marcello al Corso, scampato da un incendio ed in grado di scacciare la peste dalla città nel 1522 | Roma | Fonte: clicca qui

Quando tutto sarà finito, ricordiamoci dei nostri caduti in una guerra dal sapore antico e moderno al contempo, contro il nemico invisibile del morbo. Facciamo in modo che non siano scomparsi invano. E magari la finiamo con questi flash mob, i canti a squarciagola sui balconi e le infinite catene virtuali: la linea tra la giustificata distrazione e la beota indifferenza è, infatti, molto labile. Ho la (brutta) sensazione che qualcuno non si sia ancora reso conto, tra un trancio di pizza ed una fetta di ciambella preparati abusando della facoltà di poter andare a fare la spesa, che c’è gente che sta morendo.

Il periodo di quarantena che sta contrassegnando il 2020 nel mondo, diventandone il leitmotiv, ricorda un po’ a tutti la fragilità della condizione umana, la caducità dell’esistenza e l’arroganza con cui ci siamo illusi d’esser i padroni di tutto e tutti. Quando, in fondo, non è così. Non lo è mai stato e, mai, lo sarà. Alla natura basta infatti un niente per ricacciarci prontamente nel baratro della nostra miseria mortale, insieme con le nostre futili presunzioni e i nostri problemi insignificanti. Di riflesso, però, la limitazione di alcune libertà personali nonché la costrizione a rimanere in casa, in un contesto più riservato e solitario nel tempo, potrebbero/dovrebbero infondere una buona volta quella tanto rara dose di coraggio così necessaria alle (troppe) menti distratte per riflettere sulla loro vita, per ri-scoprire quell’io interiore, per analizzare il percorso compiuto, per decidere le scelte ancora da intraprendere e per riuscire a trovare un senso a quegli affanni che riempiono le loro giornate senza poi riuscirne a comprendere le reali motivazioni.

Le eroiche battaglie nei reparti di terapia intensiva (con una particolare menzione nei riguardi della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Veneto), gli sforzi per arrestare/limitare il contagio al Nord e la corsa contro il tempo che coinvolge tanto il Centro quanto il Sud ci fotografano un’Italia che, seppur con gli errori e i ritardi del caso (tenendo ben presente che il resto del mondo si è comportato decisamente peggio), si rivela un Paese mai così coeso nella sua cultura, nella sua saggezza, nella sua tenacia. Mai così unito, nella sua sofferenza e nella sua forza.

La strada è ancora lunga: nei prossimi mesi occorrerà resistere e tener duro. Negli ospedali e nelle nostre città (sì, perché il vero campo di battaglia sono le strade che riusciremo a tener vuote, evitando di mettere a rischio la nostra incolumità e quella degli altri), nella lenta/graduale ripresa socio-economica. Sarà un percorso faticoso ed impervio – in assenza di un vaccino, col rischio di creare un vortice senza fine – ma soprattutto sarà fondamentale riuscire a predisporre il più grande sforzo monetario a livello internazionale che le generazioni post-secondo dopoguerra ricordino.

Il pianto di Bergamo è la speranza di un’intera Nazione.

Palazzo Chigi, sede del Governo della Repubblica Italiana | Roma | Fonte: clicca qui

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