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Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti d’America: Joe Biden sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca

Al netto di clamorosissimi colpi di scena, dunque, l’Avvocato di origini irlandesi diverrà il 46º Presidente degli Stati Uniti. L’ex Senatore del Delaware è il più votato nella storia delle Elezioni Presidenziali con la più alta affluenza di sempre, ma anche il più anziano. E ancora, la Senatrice della California nonché ex Procuratore Generale del medesimo Stato Kamala Harris sarà la prima donna a ricoprire il ruolo di vice Presidente.

Con oltre 77 milioni di voti, Joe Biden sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca (The White House). Sebbene lo scrutinio non sia ancora terminato (99% dei voti conteggiati sul totale) a distanza di parecchi giorni dal cd. Election Day del 3 Novembre e nonostante alcuni Stati (Arizona, Georgia e North Carolina) non abbiano ancora ufficialmente proclamato un vincitore, i 279/538 Grandi Elettori finora conquistati dal candidato del Democratic Party (trad: Partito Democratico) garantiscono un largo margine – il paragone con il caso della Florida nel 2000, quindi, non è calzante – a fronte degli eventuali ricorsi annunciati da Donald J. Trump, per mezzo dei quali una schiera di Avvocati proverà e/o ha già provato ad adire le rispettive Corte Federali competenti (nelle ultime ore gli sforzi legali sembrerebbero concentrati in Pennsylvania, nel Michigan e nel Wisconsin; la Georgia, intanto, riconterà le votazioni a mano).

Scrutinio delle Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti d’America (99% dei voti conteggiati sul totale), 3 Novembre 2020 | Fonte: clicca qui

Una strada che risulta tuttavia essere assai impervia – per non dire impossibile – tenendo conto del cospicuo distacco nella sua interezza, dei procedimenti già respinti, dell’assoluta validità dei cd. voti per posta, dell’attuale assenza di elementi probatori a supporto della tesi accusatoria sui presunti brogli elettorali (le indagini del Dipartimento della Giustizia autorizzate dal Procuratore Generale degli USA William Pelham Barr sembrerebbero, al momento, delle mere forzature che creano non pochi sconfinamenti di campo), dell’impossibilità per il Capo di Stato uscente di rivolgersi direttamente alla Supreme Court of the United States (SCOTUS, trad: Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale svolge non soltanto il compito di stabilire la costituzionalità delle leggi federali ma assolve anche alla funzione nomofilattica assicurando quindi l’omogeneità interpretativa delle norme giuridiche) a trazione conservatrice e, più in generale, della scarsa inclinazione che si evince ormai dalle istituzioni nonché dai mass media americani nell’assecondare i deliri d’onnipotenza di un singolo individuo. Con l’avvento del nuovo Presidente eletto, il sistema-Paese si ritrova legittimamente nelle condizioni di arginare e censurare con più fermezza gli strappi di un uomo che per quattro anni ha ritenuto di poter piegare la realtà a suo piacimento, continuando imperterrito a negare strumentalmente l’evidenza su ogni argomento e mettendo a serio rischio tanto gli equilibri quanto l’immagine della super-potenza più influente al mondo.

USA 2020: come si elegge un Presidente | Fonte: clicca qui

Le forme di Stato e di Governo statunitensi trovano la loro sede nella legge suprema, ossia i sette articoli e i ventisette emendamenti della Costituzione firmata a Philadelphia nel 1787. Quest’ultima all’art. 2 sancisce le cd. elezioni di secondo grado, quindi la nomina degli Electors secondo le rispettive leggi di ogni Stato. È il Collegio Elettorale, infatti, che designa – senza vincolo di mandato, eccetto per alcuni Stati ove è prevista la responsabilità civile e/o penale per i Faithless Electors (nel 2016 furono sette) nel caso in cui non venga rispettata la volontà espressa dal corpo elettorale, senza comunque invalidare i voti dei singoli Grandi Elettori – il Presidente e il vice Presidente. L’esistenza poi di una serie di regole consuetudinarie, di prassi o persino di elementi morali/simbolici (non aventi natura giuridica) comportano il rischio di incertezze e il possibile sorgere di scenari imprevisti, qualora non fossero applicati/seguiti. Un sistema, dunque, non proprio così democratico ed efficiente come generalmente si è portati a pensare, il cui modello elettorale in primis presenta ancora degli aspetti di farraginosità (votare negli USA non è così semplice come in Europa e basti pensare che, fino al 1964, erano previste delle tasse per recarsi alle urne) che stridono con l’odierno a cui la Carta costituzionale – flessibile e di matrice liberale – non sempre è in grado di ovviare indicando perentoriamente delle soluzioni nel merito. Nei circa settanta giorni di interregno che termineranno il prossimo 20 Gennaio con l’insediamento del nuovo Capo di Stato e la cerimonia in Campidoglio (la deadline per dirimere le eventuali controversie sul conteggio dei voti è invece fissata all’8 Dicembre), diventa comunque imprescindibile garantire una corretta staffetta tra le due Amministrazioni. A tal proposito, l’ipotesi manifestata dall’entourage del Presidente eletto di intraprendere un’azione legale volta a sanzionare il possibile ostacolo all’iter di transazione rivelerebbe più di un fondamento.

Al netto di clamorosissimi colpi di scena, dunque, l’Avvocato di origini irlandesi diverrà il 46º President of the United States (POTUS, trad: Presidente degli Stati Uniti). L’ex Senatore del Delaware è il più votato nella storia (battuto, infatti, il record di Barack Obama dei 69 milioni di preferenze nel 2008) delle Elezioni Presidenziali con la più alta affluenza di sempre, ma anche il più anziano (il giorno dell’insediamento avrà 78 anni). E ancora, la Senatrice della California nonché ex Procuratore Generale del medesimo Stato Kamala Harris sarà la prima donna a ricoprire il ruolo di vice Presidente (un dato che la dice lunga sul sessismo negli USA).

Kamala Harris (1964) è una politica statunitense, futura vice Presidente degli Stati Uniti d’America | Fonte: clicca qui

Un fiume di consensi. Eppure, la cd. blue wave non è arrivata. Con oltre 72 milioni di voti, infatti, l’immobiliarista ed imprenditore newyorkese diventa il secondo concorrente alla Casa Bianca più votato di sempre. Nonostante i legami mai dimostrati con il Cremlino e l’ombra paurosa del Russiagate, le ritorsioni e i continui licenziamenti, le follie e i toni roventi, la rocambolesca assoluzione nel processo per impeachment, il mantra del populismo e le ricette sovraniste, le manifestazioni in favore dei diritti delle donne e l’escalation degli episodi di violenza riconducibili ad un problema razzismo mai risolto, le guerriglie civili e gli scontri sociali, la politica isolazionista e il rinvigorimento del muro di separazione (la cui prima pietra risale al 1990) con il Messico, i dazi doganali e la perdita di leadership nello scacchiere internazionale, lo svilimento della comunità scientifica e l’ammiccamento nei riguardi delle avulse teorie negazioniste/complottiste sempre più dilaganti (non soltanto negli Stati Uniti), il totale annichilimento delle tematiche ambientali e l’emergenza da Covid-19 gestita in una maniera a dir poco disastrosa (con un altissimo numero di vittime che si sarebbero potute evitare) il tycoon ha riscosso un larghissimo numero di consensi. Nei suoi primi tre anni alla guida della Nazione, l’economia statunitense è cresciuta (complice l’eredità del buon lavoro svolto da Obama nei precedenti otto anni), i posti di lavoro sono aumentati (non la loro qualità però, l’ascensore sociale va ormai a rilento e il tanto agognato American Dream è sempre più un’utopia) e sebbene la lista degli errori e dei pericoli compiuti – parzialmente elencati poc’anzi – sia quasi infinita, ha ricevuto un appoggio quasi trasversale e persino il placet di alcune minoranze come quella ispanica. Sebbene The Donald sia diventato l’11º Capo di Stato non riconfermato per un secondo mandato, la sua grande influenza nei media e nelle urne potrebbe spingerlo ad ipotizzare una sua candidatura nel 2024. Naturalmente, Republican Party (trad: Partito Repubblicano, denominato altresì Grand Old Party, GOP) permettendo.

Donald J. Trump (1946) è un politico, imprenditore e personaggio televisivo statunitense, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America | Fonte: clicca qui

La nuova Amministrazione avrà molto da lavorare, non soltanto per il bene degli Stati Uniti. Joe Biden potrà finalmente occupare lo Studio Ovale al termine (forse) di una lotta serrata con Donald J. Trump, che ha avuto il grande merito d’aver concretizzato molte delle cose – alquanto opinabili – che aveva promesso. La storia di colui che si ispira a J.F. Kennedy e che diverrà il secondo Presidente cattolico degli USA ci descrive un uomo pacato, tenace, saggio, pulito e risoluto, che nella sua vita è riuscito a superare profonde sofferenze instaurando una forte empatia con i cittadini e preoccupandosi sinceramente dei loro problemi.

Il duo riuscito Biden-Harris (quest’ultima, energica e carismatica, potrà rivelarsi un’ottima carta per i democratici nel futuro) dovrà fare i conti con un Paese profondamente dilaniato, polarizzato e stremato dal «divide et impera» improntato negli ultimi anni. L’elettorato democratico ha votato in massa, con due obiettivi fra tutti: garantire la vittoria al vice Presidente durante i mandati di Obama e, soprattutto, liberarsi di Trump ponendo fine ad un ciclo buio iniziato nella notte della débâcle per l’ex Segretario di Stato degli USA Hillary Clinton nel 2016. Dagli afroamericani (decisiva la spinta del Movimento attivista internazionale Black Lives Matter) alle donne, da Wall Street alla comunità ebraica: sono questi (e molti altri) i mondi che hanno riposto le loro speranze nel futuro Capo di Stato. Per quanto concerne la politica interna, le sfide più rilevanti da affrontare – e previste dell’agenda politica condivisa tra tutti i democratici – saranno quelle di ricucire una Nazione forgiata sulle diversità e sul multiculturalismo, arginare l’aumento esponenziale della vendita di armi, estendere i beneficiari del cd. Obamacare, fronteggiare seriamente la pandemia da Nuovo Coronavirus e risollevare un’economia messa a dura prova (attualmente New York City è la metropoli più provata negli Stati Uniti) da un 2020 che merita senza dubbio l’appellativo di annus horribilis.

Isola di Manhattan | New York City (USA) | Fonte: clicca qui

Infine, per quanto riguarda il profilo geopolitico, è assai probabile che non vedremo delle grandi differenze nella sostanza; certo è che i vari Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan, Jair Bolsonaro, Boris Johnson e Benjamin Netanyahu non festeggeranno più di tanto. L’atlantista Joe Biden (che ha in mente una svolta green) riporterà gli Stati Uniti negli Accordi di Parigi sul clima così come nell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e sarà, poi, un ottimo interlocutore (ritrovato) per un’Unione Europea che in questi ultimi anni si è forse appropriata – più per necessità che per altro – di una flebile autonomia dallo Zio Sam. Sarà determinante analizzare gli effetti di una ridiscesa in campo della voce e degli interessi statunitensi in alcune aree nevralgiche del mondo come il Mar Mediterraneo o il Medio Oriente, luoghi ove il disimpegno americano ha facilitato e sta facilitando le mire espansionistiche dirette/indirette di Russia e Turchia. Dalla Libia alla Siria, dall’annosa questione israelo-palestinese (con Gerusalemme riconosciuta da Donald J. Trump come «capitale indivisa d’Israele») al caso Iran, fino ai recenti conflitti nel Nagorno Karabakh ai danni di un popolo come quello armeno che non ha mai dimenticato il cruento genocidio ottomano subito nel triennio che intercorse dal 1914 al 1917.

Per terminare con il pericolo numero uno per gli Stati Uniti e per il presidio dei diritti fondamentali dell’individuo: l’inarrestabile ascesa della Cina.

Da sinistra verso destra: il politico statunitense Joe Biden (1942), futuro 46° Presidente degli Stati Uniti d’America, in compagnia della politica statunitense Kamala Harris | Fonte: clicca qui

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