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Auschwitz-Birkenau: il valore della memoria e la grande lezione di tolleranza della Shoah

Auschwitz-Birkenau, Hiroshima e Nagasaki, Srebrenica, il genocidio armeno, il massacro in Rwanda e tutte le atrocità compiute dagli uomini ci insegnano il valore della memoria, la forza della tolleranza, l’importanza della cultura. Ci insegnano che è necessario «[…] essere un cuore pensante». Ma soprattutto, ci insegnano a far sì che le vittime innocenti della stupidità umana non siano morte invano.

Visita al campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau, Polonia

23 Luglio 2019 (data di stesura del testo)

Trovare le parole giuste non è semplice, non può esserlo, non lo sarà mai.

Il campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau (diviso in Auschwitz I, Auschwitz II-Birkenau, Auschwitz III-Monowitz e in oltre quaranta campi minori) ha rappresentato e rappresenta il punto più basso per l’Europa, il disastro più mostruoso per il Novecento, l’oblio più tenebroso per la civiltà umana. In quel che ai giorni nostri potrebbe essere – apparentemente – descritto come un angolo verde di paradiso non molto distante dal bellissimo centro storico di Cracovia (città cara a Papa Giovanni Paolo II), in una Polonia tranquilla e moderna/ordinata, nel quinquennio tra il 1940 e il 1945 la follia nazista concepì de facto l’inferno in terra. Il male assoluto, celato, pianificato, congegnato, razionalizzato. Il puzzo della morte fruscia ancora tra le foglie, riempie l’aria ed aleggia sui tetti della piccola Oświęcim. Le ceneri delle famiglie deportate, il sangue delle madri e dei padri, le lacrime dei bambini, le torture degli esperimenti, le sofferenze di ogni genere, il futuro negato: sono ancora lì, silenti ed urlanti al contempo. Ti entrano dentro e, quasi senza accorgertene, ci restano. Ti fanno piangere ed arrabbiare. Ti innescano riflessioni e momenti di incomunicabilità. Ti lasciano un pesante fardello e una grande responsabilità. Ti donano una nuova speranza e un’incoraggiante energia.

L’urna contenente le ceneri umane dei deportati, a memoria perenne delle vittime del campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau durante il Secondo Conflitto Mondiale | Fonte: © Emanuele Grillo

Più di un milione (stime, purtroppo, al ribasso) tra ebrei, polacchi, oppositori politici, omosessuali, prostitute, testimoni di Geova, disabili, criminali, asociali, emigranti, zingari, rom e sinti persero la vita all’interno della più grande fabbrica del terrore mai costruita dal Terzo Reich. Furono prelevati con la forza dalle loro case, imbrogliati, denudati, scorticati, marchiati a fuoco con un numero identificativo. Vennero trucidati durante le operazioni di rastrellamento dei ghetti e delle città, ammassati sui treni per il trasporto delle merci e del bestiame, condotti nelle camere a gas. Furono privati dei loro effetti personali ma soprattutto della loro dignità, per poi trasformarsi in quello che i tedeschi definivano stück (trad: pezzi, oggetti). Non erano più esseri umani, ma cose: da sfruttare, umiliare, eliminare.

Il processo di disumanizzazione non riguardò soltanto il Nazionalsocialismo tedesco, non si fondò esclusivamente sulle teorie della razza avanzate in particolar modo da alcuni intellettuali francesi del tempo, non si attuò unicamente mediante la promulgazione delle leggi razziali nell’Italia fascista. Ebbe radici ben più profonde, ossia gli odi e i dissapori tra i popoli del Vecchio Continente. Negli anni che anticiparono la Seconda Guerra Mondiale ciascuno Stato rivendicava i torti subiti, inneggiava alla sua primazia, contaminava il quotidiano dei singoli cittadini mediante l’indottrinamento nelle scuole e l’utilizzo della propaganda. Giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, l’indifferenza e la discriminazione contagiarono buona parte delle masse ignoranti, illuse e/o compiacenti, quasi sempre sprovviste di quegli strumenti per attingere ad una conoscenza scevra da ogni tipo influenza nonché ad un’informazione libera. L’interruzione del dialogo, ancor prima della fine della pace, innestò quel vortice nazionalista che di lì a poco avrebbe causato il perimento di circa settanta milioni di persone tra civili e militari, in ogni angolo del globo. I regimi totalitaristici (Nazismo, Fascismo e Comunismo), in più epoche e in egual modo, provarono a risolvere le diseguaglianze tra individui e i disagi di natura economica con l’annichilimento – in ogni modo – del singolo e dei suoi diritti inalienabili.

Campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau (Auschwitz II-Birkenau) | Fonte: © Emanuele Grillo

Sentimenti che riaffiorano paurosamente anche nella realtà odierna, in un’Europa ricostruita proprio sulle macerie del secondo conflitto mondiale; in un’Europa degli Stati di diritto, del Neocostituzionalismo, delle convenzioni internazionali; in un’Europa fondata sulla promessa comune «mai più Auschwitz, mai più Olocausto, mai più Shoah». Parole che minano le fondamenta del nostro tempo, dagli Stati Uniti in preda ad una nuova ondata razzista all’annoso conflitto israelo-palestinese, dalle innumerevoli problematicità in Africa ai disastri umanitari nello Yemen, dalle democrazie autoritarie (come la Russia e la Turchia) alla Cina poco avvezza al rispetto della sfera individuale. I venti xenofobi – alimentati dal cd. sovranismo – soffiano dall’Ungheria al Brasile, varcando i confini di molti Paesi occidentali. Cambiano gli attori, i luoghi, le circostanze. Nei teatri dell’orrore mutano i carnefici e le vittime, arrivando al punto di vederli persino scambiarsi i copioni. Ma i semi dell’intolleranza, della mistificazione, dell’indifferenza, del pregiudizio e dell’ignoranza rimangono pressoché identici. Ed è per tali ragioni che tutti (nessuno escluso, dagli alunni nelle scuole agli adulti in perenne affanno) dovremmo visitare almeno una volta i luoghi simbolo della barbarie.

Campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau (Auschwitz I) | Fonte: © Emanuele Grillo

Auschwitz-Birkenau, Hiroshima e Nagasaki, Srebrenica, il genocidio armeno, il massacro in Rwanda e tutte le atrocità compiute dagli uomini ci insegnano il valore della memoria, la forza della tolleranza, l’importanza della cultura (che non è un lusso, non deve appartenere ai pochi bensì a tutti). Ci insegnano che è necessario «[…] essere un cuore pensante» (Etty Hillesum), viaggiare, apprendere la sapiente arte della comprensione/accettazione/integrazione del diverso, ambire a cambiare il mondo iniziando anzitutto da noi stessi, non slegare il trinomio conoscenza-pensiero-azione per la salvaguardia del buonsenso e della civiltà nel suo intero. Ma soprattutto, ci insegnano a far sì che le vittime innocenti della stupidità umana non siano morte invano.

Perché occorre reagire. Perché non c’è futuro senza memoria. Perché il bene, a differenza del male, non è mai una banalità.

Uno scatto che ritrae alcune scarpe appartenute alle vittime del campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau, barbaramente uccise tra il 1940 e il 1945 | Fonte: © Emanuele Grillo

«Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome,

senza più forza di ricordare,

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa, andando per via,

coricandovi, alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi».

(“Se questo è un uomo”, 1947 – Primo Levi)

Memoriale internazionale nel campo di concentramento/sterminio di Auschwitz-Birkenau (Auschwitz II-Birkenau) | Fonte: © Emanuele Grillo

Fonte dell’Immagine in evidenza: © Emanuele Grillo

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